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Tutela dei minori: l'infanzia nella conflittualità familiare
Nel primo articolo della Convenzione Internazionale sui Diritti del Fanciullo, si legge: " Ai sensi della presente Convenzione si intende per fanciullo ogni essere umano avente un'età inferiore ai diciotto anni, salvo se abbia raggiunto prima la maturità in virtù della legislazione applicabile" e nel preambolo alla stessa: "Convinti che la famiglia, unità fondamentale della società ed ambiente naturale per la crescita ed il benessere di tutti i suoi membri ed in particolare dei fanciulli, deve ricevere la protezione e l'assistenza di cui necessita per poter svolgere integralmente il suo ruolo nella collettività, riconoscendo che il fanciullo, ai fini dello sviluppo armonioso e completo della sua personalità deve crescere in un ambiente familiare, in un clima di felicità, di amore e di comprensione".
Fanciullo, minore, bambino, tanti termini per definire i primi anni di vita e quindi di esperienza che segneranno per sempre un individuo. Alcuni pensano che sia nell'età adulta che una persona decide cosa fare nel futuro o chi essere, in realtà le scelte sono relative, relative ad una identità che si forma molto tempo prima. In questi ultimi anni, tanto è stato fatto per dare dignità e rispetto alla dimensione dell'infanzia, non solo dal punto di vista delle carte, ma anche praticamente: la strada però è ancora tutta in salita. Quando si afferma questo, non possono non venire alla mente le situazioni estreme di esistenza dei bambini nei paesi poco tecnologicamente sviluppati, nelle terre martoriate dalle guerre, dove ci sono i regimi ecc…
Ma non bisogna andare lontano per testare il disagio in cui molti piccoli vivono. Il ricco e moderno Occidente non è meno maligno con i suoi figli. L'eccesso negativo è ovunque. Anche in Europa c'è sfruttamento minorile, nel lavoro, nella fabbrica del sesso, nel mercato degli organi. Ma non ci sono solo questi orrori, ce ne sono anche di più sottili, che avvengono nell'indifferenza generale quotidiana. Deprivazione economica, mancanza di istruzione, deprivazione affettiva o al contrario un eccesso. Perché ad esempio possedere tutto in termini materiali, permettere ogni cosa per non reprimere le personalità e i caratteri, non equivale a rispettare il minore, tanto meno a tutelarlo. Se in passato la mancanza di rispetto era imputabile all'assenza di una cultura dell'infanzia, oggi possiamo dire che è la questione etica ad essere andata in crisi. Crisi che discente da una multiproblematicità a livello macro sociale.
Tante volte abbiamo parlato della società disorientata e in continua evoluzione, contraddittoria con tutti i valori alterati, antitetica e paradossale. La prima a farne le spese è stata la famiglia. I diversi ruoli non sempre all'altezza, le multi-funzionalità sempre più sottilmente diversificate e poco efficaci, fanno crollare come il gioco del Domino, tutti i tasselli di un progetto esistenziale e diventa fin troppo semplice far ricadere le cattiverie, i fallimenti e le frustrazioni degli adulti sui bambini, che diventano ostaggi nelle rivalse dei genitori. La crisi economica è un fattore determinante. Vivendo nell'era delle merci è chiaro che, quando non si può ottenere quello che si desidera o si pensa spetti di diritto, si getta poi tutto nel calderone dei rapporti intrafamiliari. Ci sono le aspettative individuali derivanti da laconiche carriere professionali; i mezzi di comunicazione di massa che straparlano di mondi immaginari dove tutto è subito e possibile; i nuovi modelli e le nuove mete culturali.
La famiglia diventa quindi cassa di risonanza per ogni tipo di disagio: la prima cosa di conseguenza ad andare in crisi è il rapporto di coppia che poi si riflette sul rapporto con i figli. Sempre più spesso sono i bambini piccolissimi a trovarsi nell'occhio del ciclone, catapultati improvvisamente in una realtà per loro inspiegabile, fatta di guerre tra le due figure base di riferimento che dovrebbero amarlo e proteggerlo e di rimando con tutti i legami familiari più allargati completamente sfilati. Quello che più sconcerta è il terrorismo psicologico che viene perpetrato nei loro confronti: il bambino diventa arma di ricatto. Scade esso stesso ad oggetto di scambio, diventa mezzo per compiere vendette che non gli appartengono, sospeso tra due individui sfigurati dall'odio.
La banalità del male esercitata tra le mura domestiche, traumi profondi che sono tali proprio perché il bambino non ha raggiunto una piena capacità critica e di discernimento ma che prendono poi forma in maniera molto semplice e per questo ancora più dolorosa. Il bambino piccolo non sa collegare gli eventi, gli sfuggono gli aspetti più generali della questione, non sa leggere tra le righe delle sottili dinamiche che si creano in un conflitto familiare, sa dare senso solo alla categoria del presente, quella che vive: mamma e papà che litigano. E questo è semplicemente devastante. I minori vengono strumentalizzati da adulti che non riescono a superare il fallimento del loro progetto di vita in comune. Si passa quindi alla fase successiva che è quella della separazione e dell'affidamento ed è questo il momento in cui, in molti casi, la situazione degenera, perché non si riesce a scindere il ruolo genitoriale da quello coniugale.
L'irrazionalità prende il sopravvento e le azioni portate avanti dagli adulti sono tutte determinate ad annientare completamente loro stessi in ogni funzione in seno alla famiglia, senza pensare che in questo modo, l'unica vera vittima è il bambino assolutamente deprivato dell'affetto di un genitore dal quale solitamente e strumentalmente è allontanato e dell'altro affidatario che è troppo preso a fare i conti con la propria vita e il proprio disagio, per rendersi conto delle reali esigenza del minore. Questo diventa più debole ed insicuro e le ripercussioni nella sua sfera relazionale ed emotiva saranno estremamente negative. Come afferma il prof. Francesco Montecchi "Ansie, timori, momenti depressivi sono sempre presenti nell'evoluzione normale, ma attraverso la validità delle relazioni familiari vengono contenute, controllate, trasformate. La rottura del legame tra i genitori e la conflittualità fa riemergere nel bambino, in modo patologico, ansie arcaiche, timori, di abbandono, ansie persecutorie e depressive, per la mancanza di punti di riferimento chiari e rassicuranti"[1]. In questi ultimi anni, la percentuale dei progetti familiari falliti è di molto aumentata: l' Istat nel 2002 ha registrato un numero delle separazioni con almeno un figlio minorenne affidato che è pari a 41.176 (pari al 51,7% del totale delle separazioni), mentre quello dei divorzi è risultato di 15.288 (pari al 36,5% del totale dei divorzi). In dettaglio nel 2002 i figli minorenni affidati (0-17 anni) in seguito a separazione sono stati 59.480, mentre per i casi di divorzio sono stati 19.356, per un totale complessivo di 78.836 minori che hanno vissuto una situazione di disagio familiare (www.azzurro.it).
Cosa accade a questo punto nel bambino? Alcuni psichiatri affermano che l'elemento di disturbo non è la separazione in sé, ma il modello e la qualità della relazione di coppia. Chiaramente il disagio sarà maggiore la dove la conflittualità è totale, ma questo a sua volta rimanda alla considerazione che l'unione non aveva a monte forti basi per cui il bambino non solo era assente nella mente dei genitori, ma è assente anche nella realtà e nei suoi bisogni evolutivi (F. Montecchi). Nella maggior parte dei casi si sviluppa nel bambino un rifiuto verso il genitore che ha lasciato la famiglia, questo anche grazie all'influenza esercitata continuamente su di lui dall'altro con cui è rimasto. Spesso sono sottoposti a dei veri e propri lavaggi del cervello proiettati anche sulla sfera parentale ed amicale del genitore che non vive più in casa. Nello stesso momento sono soggetti anche alle depressioni del genitore che vede in lui il confidente, per cui spesso le sue esigenze di bambino nell'età della crescita, passano in secondo piano. A volte le regole e la disciplina vengono meno per il senso di colpa che si prova nei suoi confronti o per accattivarsi ulteriormente le sue simpatie e il suo affetto e capita che il rispetto per la sua sensibilità non venga preso in considerazione, quando il genitore affidatario parla della situazione anche con toni forti con qualche congiunto o conoscente, oppure quando presenta l'altro genitore come una persona cattiva e/o pericolosa. A questo punto il bambino è completamente disorientato e può cominciare ad elaborare l' allontanamento come causato da lui. Questo aumenta i suoi sensi di colpa e di abbandono. Ci sono poi le visite negate, le telefonate sabotate, le intimidazioni affettive, ecc… Il bambino introietta tutto, perché bisogna capire che, se anche l'età è quella dell'infanzia, il minore assorbe ed elabora in base alle sue categorie concettuali quello che sta avvenendo. La sua esperienza di vita del momento non è staccata dalla realtà che lo circonda.
E' a questo punto che ci poniamo la domanda: quale sia il significato della parola tutela (minorile). Il termine tutela deriva dal latino tutus, sicuro; indica la protezione che la legge riconosce e che viene ottenuta con provvedimenti giurisdizionali, come cita il vocabolario della lingua italiana Zingarelli; volendo ampliare il concetto, nel caso dai noi preso in esame, potremmo dire che la tutela è data da tutte quelle azioni finalizzate alla difesa del bambino, alla sua salvaguardia, al rispetto della sua identità, della sua dignità e della sua integrità psico-fisica. Non volendo entrare nel merito delle tante separazioni, quello che qui ci interessa denunciare è la situazione in cui si vengono involontariamente a trovare i bambini, i quali non solo in passato, ma anche oggi, si trovano a pagare l'incapacità degli adulti, il loro egoismo, la loro crudeltà esercitate spesso con comportamenti dannosi o fintamente finalizzati al loro bene. Non tutti gli individui sono pronti a diventare genitori, così come non tutti hanno quello che si dice istinto materno o paterno. Questo, nei casi di separazione, porta a considerare il bambino come un individuo adulto, capace di decifrare l'accaduto, facendo così un salto indietro quando l'infanzia era associata all'età matura per cui i bambini partecipavano della vita sociale come tutti. Oggi le famiglie entrano in crisi molto più facilmente che nel passato; non che prima non ci fossero problemi, anzi, c'era però una diversa considerazione dell'unione e sicuramente la forte volontà a tenere unita la famiglia. Probabilmente la durezza della vita quotidiana dava agli individui altri parametri critici e di giudizio.
Con questo non vogliamo dire che era meglio, sappiamo infatti della sofferenza di molte donne e bambini, che non poterono mai sottrarsi, ad esempio, alla violenza paterna; in questo senso la figura della donna è emblematica: l'imperante maschilismo le deprivava di qualsiasi diritto per cui per loro era impossibile sottrarsi al gioco degli uomini. Oggi con una conquistata autonomia di genere, sono proprio le donne in numero maggiore che gli uomini a chiedere la separazione. E per il senso di dolore, tradimento ecc…sono proprio loro ad essere più accanite verso l'ex partner. Chiaramente qui non stiamo prendendo in considerazione divisioni a causa di violenze ed abusi, che pur a volte vengono strumentalmente chiamate in causa, ma l'attenzione è posta sull'infanzia all'interno del conflitto familiare. Tra l'altro non è detto che partner sempre litigiosi scelgano di vivere ognuno per conto proprio. Ci sono molte famiglie che rimangono formalmente unite pur nell'incapacità della convivenza. In passato, quando la famiglia era l'istituzione base della vita e non era ancora entrata in crisi, si pensava che per il bene del bambino si dovesse per forza rimanere insieme. Oggi si è compreso che a volte, proprio per il minore, è importante fare scelte diverse, la cosa prioritaria è un ambiente sano, in cui possa crescere se non con serenità, almeno con tranquillità.
L'articolo n.155 del Codice Civile regola i casi di affidamento. E' il giudice che dichiara a quale dei coniugi i figli sono affidati e adotta ogni altro provvedimento relativo ai figli, avendo a cuore solo l'interesse morale e materiale di questi. In particolare il giudice stabilisce la misura e il modo con cui l'altro coniuge deve contribuire al mantenimento, all'istruzione e all'educazione dei figli, nonché le modalità di esercizio dei suoi diritti nei rapporti con essi. Il coniuge cui sono affidati i figli, salva diversa disposizione del giudice, ha l'esercizio esclusivo della potestà su di essi; egli deve attenersi alle condizioni determinate dal giudice. Salvo che sia diversamente stabilito, le decisioni di maggiore interesse per i figli sono adottate da entrambi i coniugi. Il coniuge cui i figli non siano affidati ha il diritto e il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse.
E' facile immaginare come le decisioni relative alla crescita e all'educazione alla vita di un bambino da parte del genitore affidatario avvengano spesso e volentieri all'oscuro dell'altro genitore o come, tra le tante strategie messe in campo per vendetta, il bambino sia costretto ad incontrare il proprio caro in presenza di altre persone. Si degenera per quanto riguarda l'adulto in quello che il prof. G. Giordano ha chiamato mobbing genitoriali. In realtà strumenti giudiziari per non arrivare a questo esistono pure, tuttavia è difficile applicarli per la lentezza del sistema giudiziario i cui tempi non combaciano con quelli delle esigenze dei familiari. Sicuramente oltre queste procedure è il buon senso quello che dovrebbe avere il ruolo principale, tuttavia la cronaca di questi ultimi anni ci insegna che sempre più spesso è l'esasperazione dei comportamenti ad avere il ruolo centrale e che non ultimo può sfociare anche in casi di omicidio/suicidio. E' l'affidamento monoparentale quello ad essere messo sotto accusa, infatti il dibattito è da tempo aperto sull'affidamento condiviso che vedrebbe entrambi i genitori responsabili nei confronti dei figli nel senso del diritto-dovere previsto dalla Costituzione e quindi nell'educazione e nella cura di quelli. In realtà l'affidamento congiunto esiste già, ma le statistiche dimostrano che solo nel 3,8% dei casi è stato applicato in quanto difficile tecnicamente perché prevede l'obbligo di concordare ogni decisione, anche quelle che apparentemente possono sembrare insignificanti.
La ripartizione delle competenze nell'affido congiunto darebbe pari dignità ad entrambi i genitori e li obbligherebbe ad assumersi compiti e incombenze diverse. Ben sappiamo il divario esistente tra la teoria e la pratica e quando l'accordo non si raggiunge, neanche per una civile convivenza, i bambini vengono sbattuti da una parte e dall'altra con tutto il corredo di maldicenze e astio. I minori non sono delle proprietà di cui disporre a proprio piacimento, tanto meno da usare come arma di ricatto, ma è questo il ruolo che assumono in un contrasto intrafamiliare. Oltre il discorso dell'affidamento condiviso, bisognerebbe affrontare la questione etica che sta a monte, come parlavamo all'inizio: tutelare i bambini specialmente nella prima infanzia è fondamentale, è sicuramente un loro diritto ed è garanzia per una crescita equilibrata. In questo senso si dovrebbe rivedere anche l'idea delle agenzie sociali, le quali vengono tacciate di insensibilità e di essere ingerenti, applicando alla lettera quello che i professionisti del settore apprendono nei manuali durante la loro formazione in aggiunta a quello che le leggi dicono; in realtà l'intervento di un assistente sociale o di uno psicologo è importante non solo per il bambino, ma anche per i genitori.
Terapie appropriate possono portare al superamento di atteggiamenti che creano disagio e possono essere garanzia di equilibrio. Si pensa spesso che le questioni familiari debbano essere risolte tra le mura domestiche o in tribunale, che il privato è privato: ma quando subentra un problema di rapporti sociali e parentali, sono molte le sfere and andare in crisi ed è necessario che la questione sia gestita da un terzo, completamente estraneo alla vicenda e quindi oggettivo, che agisca per il bene del minore. E' luogo comune pensare che chi non vive certe esperienze, non le possa comprendere, ma è proprio chi si trova nell'occhio del ciclone a non avere l'esatta dimensione di ciò che sta accadendo. La partecipazione emotiva offusca la razionalità che in questi casi è l'unica strada per operare scelte giuste. E' necessario a questo punto creare una rete di supporto ad una famiglia andata oramai in crisi ed è altrettanto importante sviluppare una cultura dei servizi sociali: non più e non solo agenzie preposte al contenimento di problemi derivanti da motivazioni economiche o lavorative o altro, ma presidi per la tutela dei rapporti umani e sociali, perché, è quasi banale dirlo, i bambini che oggi soffrono nelle guerre familiari, saranno a loro volta i genitori di domani.